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Barelli su TuttoSport: "Il nostro progetto punta sulla base"

Federazione
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(Giandomenico Tiseo / TuttoSport) Il presidente della Federnuoto spiega il boom degli azzurri agli Europei di Parigi dove abbiamo dominato grazie al contributo di differenti generazioni.

Sipario sulla Ville Lumière acquatica: l'Italia torna a casa con 13 ori, 15 argenti e 15 bronzi, 43 medaglie complessive, più di qualsiasi altra nazione. La Gran Bretagna la precede di un solo oro, ma con 26 podi. Un bilancio che certifica la profondità e la continuità del movimento azzurro, capace di brillare in discipline diverse. Tra i protagonisti, i cinque ori di Chiara Pellacani, il tris di Simona Quadarella e il record di Sara Curtis, sei medaglie in una sola edizione. Un risultato ancora più significativo con il ritorno in forze della Russia.

A tracciare la rotta della Federazione Italiana Nuoto è Paolo Barelli, presidente della Fin dal 2000, deputato di Forza Italia e sottosegretario ai Rapporti con il Parlamento. La domanda, allora, è inevitabile: perché il nuoto italiano continua a vincere? Qual è il segreto di questa ripetitività?

«Segreto poco. È un progetto nato ormai 20 anni fa e consolidato da oltre 15. Prevede un lavoro condiviso tra le società affiliate e le squadre nazionali, attraverso convention tecniche e campionati giovanili che favoriscono l'emulazione e la crescita dei giovani. È un meccanismo che migliora progressivamente la qualità e permette di dare più spazio alla tecnica e alla preparazione».

Quindi la forza parte dalla base?

«Certo. Abbiamo circa 1.500 società e allenatori e istruttori che lavorano con attenzione. Quando emerge un giovane atleta di grande valore, facciamo di tutto per non perderlo».

Quanto è difficile oggi costruire e mantenere questa base?

«È sempre più difficile. Gli impianti hanno costi elevatissimi, soprattutto per l'energia. Una piscina che prima spendeva 5-6 mila euro può arrivare oggi a spenderne oltre 20 mila. E quando bisogna tagliare i costi, spesso a essere sacrificati sono gli spazi per l'attività agonistica».

Qual è la situazione degli impianti in Italia?

«È complicatissima e il problema dura da 20-30 anni. Lo sport in Italia non è sufficientemente presente nelle scuole e nelle università e le amministrazioni comunali hanno spesso difficoltà economiche a gestire piscine, che sono costose sia da costruire sia da mantenere».

Come interviene la Fin?

«Da oltre dieci anni sosteniamo le amministrazioni comunali nella gestione degli impianti. Abbiamo centri federali e collaboriamo nella gestione di strutture a Roma, Napoli, Torino, Livorno e Verona».

La carenza di impianti resta quindi un'emergenza?

«Certamente. Negli ultimi anni, senza il sostegno del governo e i contributi alla gestione, molte società avrebbero rischiato di chiudere».

Il rischio è che a pagare il conto sia proprio il movimento che produce i campioni?

«Credo che i risultati ottenuti e il grande valore dei nostri giovani possano favorire un ulteriore sostegno. Il problema resta che noi gestiamo impianti che consumano molta energia».

Tra i Next Gen, Sara Curtis è esplosa agli Europei. Che cosa rappresenta per voi?

«L'opinione pubblica la conosce oggi grazie ai risultati e ai record, ma noi la seguiamo da anni. È stata convocata giovanissima alle Olimpiadi di Parigi, è arrivata in finale ai Mondiali e ha ottenuto grandi risultati a livello giovanile. La conosciamo e la sosteniamo da tempo».

Avete sostenuto anche la sua scelta di studiare negli Stati Uniti?

«Sì. La Federazione incoraggia gli atleti che vogliono crescere anche dal punto di vista culturale e universitario ad accettare le opportunità offerte da importanti università straniere».

Un modello già sperimentato con successo?

«Sì. Anche Pellacani studia in un'università della Florida e continua a lavorare a stretto contatto con tecnici italiani. Non siamo gelosi delle esperienze all'estero: crediamo che confrontarsi con ambienti stimolanti possa aumentare il valore di un atleta».

Dal punto di vista tecnico, quanto può ancora crescere Sara Curtis?

«Molto. Fino allo scorso anno i suoi allenamenti erano ancora adeguati alla giovane età. Ora sta aumentando il lavoro e ha ancora ampi margini di crescita. La conosciamo da anni e la sosteniamo insieme alla sua famiglia».

Da una giovane, passiamo a un uomo d'esperienza: Gregorio Paltrinieri. Cosa può dire della rottura nel percorso con Fabrizio Antonelli?

«Non c'è stata nessuna rottura. Antonelli è cresciuto professionalmente con la Federazione e ha ricevuto un'offerta dalla nazionale cinese. Ha scelto di cambiare vita e di affrontare una nuova esperienza internazionale».

E per Gregorio cosa succederà?

«Avrà un nuovo tecnico, che è già stato individuato. Come è successo con Stefano Morini e poi con Antonelli, troveremo una soluzione adeguata. Ad Antonelli facciamo un grande in bocca al lupo».

Guardando a Los Angeles, qual è lo stato di salute degli sport acquatici italiani?

«Siamo in continua evoluzione. Lavoriamo con i tecnici per trovare le condizioni migliori, sostenere le squadre nazionali e sviluppare programmi che permettano agli atleti di essere sempre più competitivi. Teniamo a tornare ai vertici anche nella pallanuoto, attraverso un processo di rinnovamento».

E quale sarà la priorità?

«Mettere gli atleti che oggi sono già leader nelle migliori condizioni possibili, permettendo loro di allenarsi al meglio e arrivare pronti all'appuntamento olimpico, senza però dimenticare che per continuare a vincere, però, bisogna soprattutto preservare e ampliare la base del movimento».