Nei giorni scorsi si è svolto il trentottesimo Congresso Nazionale della Federazione Italiana Medico Sportiva. il tema della “prescrizione dell’attività fisica” è stato al centro del dibattito, soprattutto in relazione a healthspan e lifespan, ovvero qualità e durata della vita. Tra i relatori anche il coordinatore tecnico-scientifico della FIN Marco Bonifiazi.
Riportiamo un articolo de La Gazzetta dello Sport a cura di Roberto Parretta dal titolo "Il nuoto come "farmaco": il ruolo dei medici dello sport, opportunità e limiti". Parretta ha incontrato il professor Bonifazi che "ci ha guidato tra le pieghe del rapporto tra attività fisica e durata della vita regalandoci anche preziosi suggerimenti sull’allenamento in acqua in presenza di patologie".
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Al congresso della Federazione Italiana Medico Sportiva abbiamo incontrato il Professor Marco Bonifazi: il coordinatore tecnico-scientifico della FIN ci ha guidato tra le pieghe del rapporto tra attività fisica e durata della vita regalandoci anche preziosi suggerimenti sull’allenamento in acqua in presenza di patologie.

Negli ultimi anni, la medicina dello sport ha consolidato un concetto chiave: l’esercizio fisico può essere prescritto come un vero e proprio farmaco. Nei principali congressi scientifici, non da ultimo il 38° Congresso Nazionale della Federazione Italiana Medico Sportiva, il tema della “prescrizione dell’attività fisica” è stato al centro del dibattito, soprattutto in relazione a healthspan e lifespan, ovvero qualità e durata della vita. In questo contesto, l’attività motoria diventa uno strumento fondamentale contro le malattie croniche non trasmissibili, come obesità e sovrappeso. Fra i relatori che hanno animato le 4 sessioni principali del congresso anche il Professor Marco Bonifazi, associato di Fisiologia all’Università degli Studi di Siena e coordinatore tecnico-scientifico della Federazione Italiana Nuoto.

"L’esercizio fisico - ci spiega il Professor Bonifazi - svolge una funzione centrale in due ambiti. Prevenzione primaria: riduce il rischio di sviluppare malattie in soggetti sani. Prevenzione secondaria: limita recidive, complicanze e progressione in soggetti già malati. In ambito oncologico, cardiovascolare e metabolico, l’attività fisica contribuisce a migliorare la prognosi, ridurre gli effetti collaterali delle terapie e sostenere il recupero funzionale. Ma esattamente come per un farmaco, anche l’esercizio richiede un dosaggio preciso. Il modello di riferimento è il FITT-VP, che definisce le variabili fondamentali: frequenza (quante volte a settimana), intensità (quanto è impegnativo lo sforzo), tempo (durata dell’attività), tipo (aerobico, forza, equilibrio, flessibilità), volume (quantità totale di lavoro, energia spesa), progressione (incremento graduale nel tempo). La corretta combinazione di questi fattori determina l’efficacia e la sicurezza dell’allenamento".

"Questa zona di lavoro favorisce la cosiddetta flessibilità metabolica, ovvero la capacità dell’organismo di utilizzare sia grassi sia zuccheri come fonte energetica. Sono infatti questi i due due principali carburanti del corpo umano. Gli zuccheri, di cui abbiamo riserve limitate, utilizzati per sforzi intensi e di durata più breve (45-75 minuti), i grassi, di cui abbiamo riserve abbondanti, ideali per attività prolungate e a bassa intensità. I soggetti sedentari tendono a utilizzare precocemente gli zuccheri anche per sforzi leggeri, attivando risposte di stress metabolico. Al contrario, l’allenamento aerobico regolare insegna al corpo a utilizzare i grassi in modo efficiente, con benefici su controllo del peso, metabolismo e prevenzione delle malattie croniche".

Il nuoto rappresenta un’attività completa e a basso impatto, ma presenta una criticità: richiede competenze tecniche. Come spiega il Professor Bonifazi: "A differenza del cammino, non è immediatamente accessibile a tutti. Per ottenere benefici metabolici reali, è necessario saper nuotare in modo fluido, mantenere un’intensità controllata, evitare affaticamento eccessivo. Chi non possiede queste capacità rischia di svolgere un’attività inefficace dal punto di vista aerobico. Nel nuoto, il dispendio energetico varia enormemente in base alla tecnica, fino al 300%, aumenta in modo esponenziale con l’aumentare della velocità e varia da stile a stile. Per i nuotatori esperti avremo una maggiore efficienza e un minore consumo energetico, mentre per gli inesperti troveremo una maggiore fatica e minore efficacia. Il principio fondamentale del nuoto sta nel non lottare contro l’acqua, ma sfruttarne le proprietà e proprio per questo la priorità non sarà la velocità, ma la capacità di scivolare in acqua, ridurre la resistenza, coordinare respirazione e movimento".

"Per un soggetto con competenze di base, un programma efficace può includere una fase iniziale di riscaldamento, un tratto centrale continuo (600–1500 metri), per una durata complessiva di 30-45 minuti, almeno una volta a settimana, anche se sarebbe meglio 2-3. Con il tempo e la pratica si potrà poi agire su aumento del volume e variazioni di intensità (progressioni o frazionamenti). Questo consente di migliorare progressivamente la capacità aerobica e metabolica. Il nuoto è la forma di locomozione più lenta: la densità dell’acqua è 800 volte superiore a quella dell’aria e ciò aumenta la resistenza".

"Per il nuoto a maggior ragione, ma vale per tutti gli sport lo stesso concetto: è importantissimo il patrimonio motorio acquisito in età giovanile. Imparare diversi sport durante l’infanzia e l’adolescenza consente, anche a distanza di decenni, di riprendere più facilmente l’attività, scegliere tra più discipline, mantenere uno stile di vita attivo. L’assenza di queste competenze limita fortemente le possibilità di movimento in età adulta. Dove poi, da adulti, si innesta un altro fattore decisivo: la motivazione. Per essere efficace, l’attività fisica deve essere sostenibile nel tempo. E quindi la scelta dello sport dipende da fattori individuali: piacere personale, l’ambiente dove si pratica, il contesto sociale, il livello di sfida percepito. Non esiste un esercizio ideale universale, ma quello che una persona è disposta a praticare con continuità".

In tutto questo il medico dello sport, come ha detto Bonifazi nel corso del suo intervento al congresso della FMSI, ha una funzione centrale: "Saprà valutare la sicurezza dell’attività in base alle condizioni cliniche del soggetto e potrà prescrivere un programma personalizzato, adattato allo stato di salute, al livello di allenamento, agli obiettivi e preferenze. Senza dimenticare che in presenza di patologie, soprattutto cardiovascolari o metaboliche, la valutazione specialistica è indispensabile. L’attività fisica non è più solo uno stile di vita, ma una vera strategia terapeutica. Il futuro della medicina passa anche dalla capacità di: prescrivere un esercizio in modo mirato, educare al movimento, integrare competenze mediche e sportive. In questo scenario, discipline come il nuoto rappresentano un’opportunità preziosa, a condizione che vengano praticate con competenza, gradualità e consapevolezza".


