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La storia dei fratelli Chimisso, commozione al Salone d'Onore

Nuoto
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A due giorni dal 56esimo anniversario della tragedia aerea di Brema, commozione e sentimento si intrecciano nel ricordo fraterno di uno degli sfortunati protagonisti. “Il nuoto a Venezia, dalla laguna alle Olimpiadi. La storia dei fratelli Chimisso” è racchiusa qui: nella pubblicazione, edita da Grafiche 2 am di Venezia, scritta da Roberto Chimisso, 70 anni, tre titoli juniores nei 100 dorso e uno assoluto nel 1970. Un libro commovente che è stato presentato questa mattina presso il Salone d'Onore del Coni alla presenza dell'autore, fratello del compianto Amedeo, del presidente del Coni Giovanni Malagò, del presidente dell'Associazione Nazionale Atleti Azzurri d'Italia Novella Calligaris, dello schermidore rappresentate degli atleti in Giunta Coni Paolo Pizzo, del moderatore e giornalista della Rai Marco Franzelli. La vita di Amedeo Chimisso, una promessa del nuoto italiano, si è conclusa il 28 gennaio 1966 nella tristemente nota strage aerea di Brema, dove persero la vita altri sei compagni di squadra (Bruno Bianchi, Sergio De Gregorio, Carmen Longo, Luciana Massenzi, Chiaffredo Rora, noto come Dino, Daniela Samuele), il tecnico Paolo Costoli e il telecronista Nico Sapio. Amedeo Chimisso, nato a Venezia il 26 ottobre 1946, era un dorsista tesserato per la RN Patavium. Il suo primo successo fu alla Coppa Scarioni nel 1959, l’esplosione fu nel 1965, l’anno dopo avrebbe dovuto essere quello della definitiva consacrazione. Era all'alba della sua carriera in azzurro con una presenza. I suoi primati personali erano 1'04"0 nei 100 e 2'20"2 nei 200 dorso. Proprio il giorno della tragedia aveva stabilito la migliore prestazione italiana nei 200 misti. Nella prefazione del libro, la testimonianza del presidente della Federazione Italiana Nuoto, Paolo Barelli: "Questa era la bella, familiare vita di quei giorni lontani che avvicinavano l’Italia al boom. Amedeo lo avrebbe raggiunto nel nuoto se una combinazione di nebbie, coincidenze aeree mancate e con il destino, non lo avesse messo su quel velivolo che precipitò a Brema, portando via tra le tante vite quelle della “meglio gioventù” del nuoto azzurro di allora. Amedeo era tra quei “meglio”. Roberto, che lo racconta, ne seguì non le orme, ma le bracciate, ne inseguì i sogni. E io, chiudendo l’ultima pagina, mi sono commosso".